Quando il tè cinese incontra il vino italiano

Un dialogo liquido che nel tempo diventa gesto e bellezza

Ci sono incontri che avvengono lentamente, senza rumore, come l’infusione di una foglia o l’attesa della fermentazione dell’uva. Il tè cinese e il vino italiano appartengono a questa categoria: mondi lontani, lontanissimi, separati da geografie, storie e linguaggi, ma sorprendentemente vicini nel modo in cui concepiscono il tempo, la natura e il gesto umano.

Parlare di un incontro tra tè cinese e vino italiano sembrava impossibile anche a noi. Prima di sperimentarlo in prima persona. Forse non si può parlare propriamente di un abbinamento nel senso tecnico del termine, ma è sicuramente un riconoscersi.

Nel cuore delle montagne cinesi, dove le piante di tè vengono curate come esseri viventi dotati di identità e genealogia, ogni foglia racconta un luogo preciso. Le varietà sono riconoscibili, tracciate, rispettate. Non diversamente dai vitigni italiani, che da secoli portano il nome della terra da cui provengono.

Nel Wuyishan (la più grande foresta incontaminata del Paese, patrimonio UNESCO), il tè matura dopo lunghi processi di ossidazione, fermentazione e invecchiamento, durante i quali la mineralità del suolo emerge con la stessa forza con la quale i nostri vini raccontano l’unicità del terroir delle nostre colline, anch’esse patrimonio UNESCO. 

Il tempo dell’attesa

Nella cultura del tè cinese, il tempo non è mai una variabile secondaria. È parte integrante dell’esperienza. Lo è fin dalle origini, che la leggenda attribuisce all’imperatore Shennong, quando una foglia caduta per caso nell’acqua bollente che stava bevendo diede origine a un infuso capace di attraversare cinquemila anni di storia. 

Da allora, il tè non è mai stato solo una bevanda: è un atto di osservazione, di ascolto, di rispetto.

E lo stesso in Italia vale per il vino. Anche qui il tempo lavora in silenzio: nell’attesa delle stagioni che passino, nell’attesa della vendemmia, nell’attesa delle botti, nell’attesa di quel momento speciale per aprire la bottiglia. Nell’attesa del sorso che si fa giusto un po’ più lungo per assaporarlo meglio. Durante il nostro viaggio in Cina abbiamo sperimentato che è proprio in questa attenzione condivisa per il tempo che tè e vino iniziano a parlarsi.

Il valore del gesto

La cerimonia del tè cinese, il Gong Fu Cha, significa letteralmente “prendersi il tempo per fare bene le cose”. Ogni passaggio – dal riscaldare gli utensili al primo lavaggio delle foglie, fino alle infusioni successive – non è un rituale vuoto, ma un atto di concentrazione. Anche il silenzio ha un ruolo. Anche il vuoto.

Nel vino italiano il gesto cambia forma, ma non sostanza: l’apertura di una bottiglia, l’ossigenazione, l’attesa nel bicchiere. Sono azioni che chiedono attenzione, presenza, rispetto. Non si beve distrattamente un grande vino, così come non si infonde distrattamente un grande tè.

Entrambi richiedono una postura mentale, prima ancora che fisica.

Il gesto come forma di rispetto

Nel momento in cui tè e vino vengono messi in dialogo, non si cercano somiglianze forzate né abbinamenti codificati. Al contrario, si accetta la distanza come valore. È proprio in questa distanza che nasce la risonanza.

La filosofia orientale del liubai, il “vuoto intenzionale” che lascia spazio all’interpretazione, trova un sorprendente parallelismo nella stratificazione sensoriale del vino: ciò che non è immediatamente percepibile, ciò che arriva dopo, ciò che resta.

Una tazza di porcellana e un bicchiere di cristallo diventano così strumenti diversi per lo stesso fine: trasformare un gesto quotidiano in un’esperienza estetica.

In un mondo che tende ad accelerare e semplificare, tè e vino continuano a ricordarci che la bellezza, che nasca tra le montagne del Fujian o tra le colline italiane, non è mai immediata. Va coltivata, attesa, condivisa.

“Un ringraziamento di cuore al nostro cliente e amico da oltre dieci anni, Alan Wang, per aver reso possibile questo incontro tra mondi lontani, e al signor Zhao per l’accoglienza generosa e per averci aperto le porte della sua azienda, condividendo con noi non solo il suo tè, ma anche il tempo, la passione e la cultura che lo accompagnano.”

Tessa Donnadieu, export manager Vinchio Vaglio

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